Ostia: Bellezza dimenticata tra degrado e indifferenza.




 Ostia, per chi ci è nato, vissuto e ci vive ancora, non è solo un luogo: è casa, memoria, radici. È quella terra di mare e storia che un tempo si chiamava “la perla del litorale romano”, dove il sole e le onde abbracciavano un senso di appartenenza. Ma oggi, a guardarla, fa male. Fa male immaginarsi altrove, certo, ma anche restare, vedendola trasformarsi in un paesaggio sempre più lontano da quello di un tempo.


I racconti delle passeggiate sul lungomare, delle spiagge affollate di famiglie e delle serate nei bar storici riecheggiano come ricordi di un’altra era. Oggi Ostia sembra soffocare sotto il peso della sporcizia, del degrado e di una criminalità che monopolizza le cronache locali. Non è solo una ferita visibile: è un colpo al cuore per chi ama questa città e assiste impotente alla sua trasformazione.


Una bellezza che si consuma

Il problema non è solo esterno, non è solo una narrazione mediatica che appiattisce la realtà riducendo Ostia a una “Scampia di Roma” o a uno “Zen sul mare”. C’è una complicità silenziosa tra chi amministra e chi vive qui, tra l’inerzia di chi governa e l’egoismo di chi chiude gli occhi. È un circolo vizioso in cui l’incuria alimenta l’indifferenza, e l’indifferenza diventa terreno fertile per la decadenza.


Le strade sono invase da un commercio senza radici, fatto di improvvisazioni e abusivismo. Le storie che un tempo definivano l’identità della città – dai pescatori ai piccoli imprenditori locali – sembrano ormai perdute. Al loro posto, un’accozzaglia di pseudo attività che trasformano il tessuto urbano in una copia sbiadita di qualcosa che non ha storia né prospettiva.


Il rischio di non reagire

Eppure, Ostia è troppo bella per lasciarla andare. È una città che, nonostante tutto, conserva un’anima viva. Il suo mare, i suoi scorci storici, il fascino decadente delle architetture razionaliste che si intrecciano con i ricordi delle estati passate: tutto questo racconta di un luogo che merita riscatto. Ma questo riscatto richiede una presa di coscienza collettiva, uno scatto d’orgoglio da parte di chi ci vive e la responsabilità di chi la amministra.


Lasciare che Ostia scivoli nell’oblio è un tradimento non solo per chi è cresciuto tra le sue vie, ma anche per le generazioni future. Serve combattere l’incuranza e l’indifferenza con la forza della memoria e con la volontà di costruire una nuova identità, capace di guardare avanti senza dimenticare il passato.


Ostia non è una favela, e non deve diventarlo. Ha una storia, un cuore e una bellezza che meritano di essere salvate. Ma il tempo stringe: il riscatto non può più aspettare.

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