" Vibes "

Diario, 24 Giugno

Oggi il silenzio mi ha parlato.
Non a voce alta — nessuna epifania, nessuna verità gridata dal cielo — ma con l’eleganza discreta delle cose che stanno ferme troppo a lungo. Una bottiglia vuota, dimenticata su un muretto affacciato su un mare che non si vede, ma si intuisce.
Un gesto comune, quasi trascurabile. Eppure, in quell’oggetto rimasto lì come un testimone muto, ho sentito la presenza di qualcuno che è passato, che ha bevuto, che si è fermato. Forse per poco. Forse per sempre.

La solitudine, oggi, è sembrata meno un’assenza e più un tempo sacro.
Un tempo che ti guarda, ti misura, ti giudica. Quando sei immerso nel chiasso delle vite altrui, il tempo divora — corre, corre come un animale famelico — ma quando sei solo, quando tutto tace, diventa viscoso. Scende lento, gocciola dal soffitto della coscienza, scandisce i battiti come un metronomo stanco. È in quei momenti che la vita si fa visibile, quasi palpabile, come una pellicola srotolata lentamente davanti agli occhi: l’infanzia che si dissolve nel primo treno preso da solo, l’amore che arriva, l’amore che tradisce, la casa che si svuota, le domande che restano.

C’è una strana bellezza in questo vuoto.
Non la bellezza patinata, fotografata e condivisa; ma quella più tragica, pasoliniana, sporca di cemento e nostalgia. Quella bellezza che si nasconde nei margini, nei dettagli insignificanti: un riflesso, una ruggine, un’ombra disegnata male da un pomeriggio stanco. Il mondo non si è mai fermato per aspettarmi, e io non ho mai avuto abbastanza fretta per rincorrerlo. Mi trovo ora, a trent'anni o quaranta o forse settanta — che importa? — a progettare un futuro come si disegna una mappa di un continente che non si visiterà mai.

Sono solo, sì.
Ma in questa solitudine c'è un ordine, un rigore. Come se il vuoto mi chiedesse finalmente di essere me stesso. Non c’è più nessuno da compiacere, nessun tempo da rincorrere. Solo il rumore del vetro contro la pietra, il ricordo vago di un sorso, e la consapevolezza crudele che la vita, quando la vivi per davvero, non è mai un possesso — è un attimo, un riflesso, un errore bellissimo.

Forse è proprio qui, tra una birra finita e un tramonto mancato, che ho incontrato me stesso.
O almeno quello che ne resta.

 

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