" Magna Plastica "
4 Maggio
Un creativo non indosserà mai una divisa. Non perché sia ribelle per posa, ma perché la pelle gli brucia sotto ogni tessuto che puzza di omologazione. La divisa è il simbolo di un’idea chiusa, di un corpo incasellato, di una mente che ha smesso di farsi domande.
E io di domande ne ho ancora troppe, e risposte nessuna.
Un creativo non lavora per il profitto. Come fai a misurare il valore di qualcosa che nasce da una ferita, da un sogno, da una notte insonne? Come lo impacchetti, lo rendi vendibile, lo infili in una procedura aziendale, in un workflow?
È questa la gabbia che mi stringeva: schemi ripetitivi, orari che non significavano nulla, persone che sorridevano troppo o non sorridoevano affatto. Spazi confinati dove anche l’aria sembrava aver firmato un contratto di subordinazione.
Oggi mi nutro male, dormo peggio, e ogni gesto automatico — il caffè, la sigaretta, lo scroll compulsivo — è solo un altro chiodo nella bara dell’entusiasmo. Le insane abitudini non sono solo quotidiane, sono culturali. Ti addestrano a ignorare il vuoto finché non ti si apre sotto i piedi.
Continuo a guardarmi indietro, come se ci fosse una strada persa da ritrovare. Ma la verità è che dietro non c’è più nulla, solo la polvere delle versioni di me che ho provato a essere.
E allora mi dico che forse dovrei smetterla di voltarmi. Che forse l’unica possibilità di avanzare è lasciar andare tutto quello che non torna.
Non sarà un open space, ma magari sarà uno spazio mio.
Magari.


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