C'è un unico universo.



Catalogare le cose è un gioco della mente. Un’illusione di ordine che ci raccontiamo per addomesticare il caos. È come scorrere con lo sguardo una di quelle opere di Escher: scale che salgono e scendono in un continuo paradosso, porte che si aprono verso stanze che non esistono. I pensieri si aggrovigliano, intrappolati in questi labirinti. E noi? Noi ci illudiamo di possedere le chiavi per capire, per distinguere, per separare ciò che è da ciò che non è. Eppure, nel profondo, sappiamo che c’è un unico universo. Un’unica tela intrecciata, unitaria e indivisibile. Tutto ciò che crediamo di sezionare non è che un frammento dello stesso disegno.

Per anni ho provato a mettere etichette. A dare un nome alle emozioni, ai successi, alle paure, ai fallimenti. Felicità, tristezza, amore, rabbia: come se bastasse uno schema a contenere l’immensità di ciò che vive dentro di noi. Ma più lo facevo, più mi sentivo come un architetto senza fondamenta, intento a costruire ponti sull’aria. Ho capito poi che non c’è un “dentro” e un “fuori”. Non ci sono compartimenti stagni: c’è solo un fluire, un intreccio, un unico fiume.

Con il tempo, ho imparato a portarmi dentro la felicità. Non quella che ci viene insegnata, che va ricercata, inseguita o costruita. Ma quella che emerge nel silenzio, quando accetti che ogni cosa è già qui, che tutto è già completo. È una consapevolezza sottile, come il profumo di un fiore invisibile. La felicità non si trova al di fuori di noi, e non è nemmeno una destinazione. È un riflesso, come la luce della luna sull’acqua.

E poi c’è quel talento che solo noi umani possediamo, forse il più raffinato, forse il più ipocrita: raccontarci storie per sopravvivere. Sì, siamo maestri dell’ipocrisia. Non quella volgare, bensì quella profonda e creativa. Ci mentiamo, e lo facciamo con arte. Inventiamo significati per sopportare il vuoto, disegniamo confini dove non ci sono. Ma forse è proprio questa capacità che ci rende straordinari: la nostra ipocrisia ci salva, perché trasforma il caos in poesia. Ci permette di trovare bellezza anche nel groviglio.

Questa pagina che scrivo, queste righe che fermo qui, sono anch’esse parte di questa illusione. Cerco di dare forma all’informe, parole al silenzio. Eppure, non posso fare altrimenti: sono un frammento che parla di un tutto, un piccolo specchio che riflette un universo intero.

E allora accetto. Accetto il paradosso, il disordine, il gioco. C’è un unico universo, ed è al tempo stesso ordine e caos. È scale di Escher e cielo stellato. E io sono qui, in mezzo a tutto questo, un nodo in una trama infinita.


 

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