"Anima inquieta"




Il tormento della fame


C’è questa inquietudine che mi strappa il sonno, un’ombra che si allunga sul soffitto quando tutto dovrebbe essere quieto. Ma la quiete, quella, non è roba per gente come me. Io vivo di fame. Fame di sensazioni, di emozioni vere, di quelle che ti prendono a pugni nello stomaco e ti lasciano senza fiato, a fissare un punto nel vuoto, mentre cerchi di capire se sei ancora vivo o già morto.

La realtà è un trucco. Un’illusione appiccicata addosso come una camicia sudata. La guardo, la tocco, la annuso, ma non mi basta. Non mi basta mai. Non è mai come voglio. Ci sono giorni in cui penso che il mondo sia fatto per gente che si accontenta, che beve il caffè sempre alla stessa ora, che cammina sulle strisce pedonali senza guardare a sinistra o a destra. Gente che si rifugia in certezze e si sente al sicuro.

Io non sono al sicuro. Non voglio esserlo. Ho bisogno del caos. Ho bisogno che i cinque sensi mi urlino addosso, che il cuore mi scoppi nel petto, che il desiderio mi bruci vivo. Voglio il sapore del vino che sa di disperazione e della pelle che sa di sudore. Voglio il tocco di mani sporche di vita e il suono di una risata che arriva dritta dal fondo di un’anima spezzata.

Ma c’è un prezzo, ed è l’ossessione. Mi tormenta, mi rincorre. È una bestia con gli occhi rossi che mi costringe a guardare quello che non voglio vedere. La mia coscienza distorce tutto. Ogni istante di pace diventa un’agonia. Ogni momento di felicità si trasforma in una gabbia. Mi siedo davanti alla realtà e provo a farla mia, ma lei si ritrae, come un’amante che non mi vuole più.

E allora corro. Corro dietro al prossimo brivido, alla prossima scossa, al prossimo pugno nello stomaco. Vivo ogni istante con la paura di non sentirlo abbastanza, di sprecarlo. Ma è una corsa inutile, perché so già che il buco non si riempirà mai.

Eppure continuo. Perché cos’altro c’è? Una vita normale? Una casa con le tende coordinate? No, grazie. Io voglio il tormento, perché nel tormento c’è verità. Non importa se fa male, se mi consuma, se mi lascia vuoto e rotto. Meglio rotto che anestetizzato. Meglio sentire tutto, anche il dolore, che non sentire niente.

E così vado avanti, con la mia fame e il mio tormento. Non c’è riposo per chi vive di emozioni. Ma va bene così. Forse è proprio questo il senso. Forse è proprio questa l’unica verità che conta.


 

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