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" Vibes "

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Diario, 24 Giugno Oggi il silenzio mi ha parlato. Non a voce alta — nessuna epifania, nessuna verità gridata dal cielo — ma con l’eleganza discreta delle cose che stanno ferme troppo a lungo. Una bottiglia vuota, dimenticata su un muretto affacciato su un mare che non si vede, ma si intuisce. Un gesto comune, quasi trascurabile. Eppure, in quell’oggetto rimasto lì come un testimone muto, ho sentito la presenza di qualcuno che è passato, che ha bevuto, che si è fermato. Forse per poco. Forse per sempre. La solitudine, oggi, è sembrata meno un’assenza e più un tempo sacro. Un tempo che ti guarda, ti misura, ti giudica. Quando sei immerso nel chiasso delle vite altrui, il tempo divora — corre, corre come un animale famelico — ma quando sei solo, quando tutto tace, diventa viscoso. Scende lento, gocciola dal soffitto della coscienza, scandisce i battiti come un metronomo stanco. È in quei momenti che la vita si fa visibile, quasi palpabile, come una pellicola srotolata lentamente davanti a...

Ostia 28 Maggio 2025 " Venere"

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  28 Maggio Ostia, con l’arrivo dell’estate, si veste di una bellezza struggente. Il mare riflette luci dorate, le onde sembrano carezze leggere sul cuore, e l’aria sa di sale e promesse antiche. Camminando lungo il lungomare, sento che qualcosa pulsa ancora sotto la superficie delle cose: una memoria, una voce sottile che chiede di non essere dimenticata. Eppure, c'è un dolore silenzioso. La corsa cieca al profitto, la visione miope di chi continua a trattare questa terra come un semplice quartiere da sfruttare, anziché come una città da sognare e costruire con amore, sta lasciando cicatrici profonde. Nessuno sembra più curarsi delle sue radici, della sua anima. Tutto cambia, ed è forse naturale. Ma dov'è finita la storia di Ostia? Dov’è la sua voce, il suo passato, il suo orgoglio? Io la cerco ogni giorno, tra le barche addormentate al porto, nei vicoli che ancora sanno di casa, e in ogni tramonto che incendia l’orizzonte. Perché Ostia non è solo un luogo: è un ricordo vivo, ...

" Magna Plastica "

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4 Maggio Un creativo non indosserà mai una divisa. Non perché sia ribelle per posa, ma perché la pelle gli brucia sotto ogni tessuto che puzza di omologazione. La divisa è il simbolo di un’idea chiusa, di un corpo incasellato, di una mente che ha smesso di farsi domande. E io di domande ne ho ancora troppe, e risposte nessuna. Un creativo non lavora per il profitto. Come fai a misurare il valore di qualcosa che nasce da una ferita, da un sogno, da una notte insonne? Come lo impacchetti, lo rendi vendibile, lo infili in una procedura aziendale, in un workflow? È questa la gabbia che mi stringeva: schemi ripetitivi, orari che non significavano nulla, persone che sorridevano troppo o non sorridoevano affatto. Spazi confinati dove anche l’aria sembrava aver firmato un contratto di subordinazione. Oggi mi nutro male, dormo peggio, e ogni gesto automatico — il caffè, la sigaretta, lo scroll compulsivo — è solo un altro chiodo nella bara dell’entusiasmo. Le insane abitudini non sono solo quot...

"Open Space"

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28 Aprile Oggi camminavo per la città, trascinandomi come un cane randagio tra palazzi sempre più alti e facce sempre più basse, e mi è rimbalzata addosso quella parola che da anni mi fa ridere amaro:  Open Space . Spazi aperti, dicono. E intanto tutto si chiude, si restringe, si comprime. Gli unici spazi rimasti aperti sono quelli dove puoi comprare qualcosa — un caffè di merda, una maglietta inutile, un'illusione di compagnia. Nessuno parla più davvero. Nessuno ascolta. I luoghi dove si poteva restare seduti a discutere, a suonare, a sprecare tempo in modo gloriosamente inutile, sono diventati vetrine. Le librerie odorano più di caffetteria che di carta, e i bar sono solo uffici senza scrivanie, pieni di schermi azzurri e sguardi spenti. La società si è venduta il suo stesso silenzio, e io mi trovo a passeggiare in questi "open space" che sono più deserti di un carcere. Nessuno ti caccia, nessuno ti accoglie. Esisti solo se consumi. Vivi solo se paghi. Mi sono seduto su...

" Asfalto e Catene"

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  C’è qualcosa nell’asfalto, stanotte. Non il solito fetore di gomma cotta e piscio secco, ma qualcosa di più vero, più bastardo. Ci ho camminato sopra come su un vecchio amico che non ha mai saputo ascoltarti, ma che almeno ti tiene il passo. La città mi ha piantato in asso — mi ha scaricato come una puttana a fine corsa, quando nemmeno i soldi valgono più la pena di essere contati. È successo all’alba, sotto quel cielo del risveglio, che pare sempre promettere qualcosa… ma poi ti lascia lì, tra i resti delle notti andate a male. Eppure — in quella luce sporca e impietosa c’era lei. Non una visione da cartolina, non una fata coi capelli puliti. No. Era più simile a una fiamma bruciata male, una donna che aveva  consumato  l’asfalto con i suoi tacchi o coi piedi nudi, non importa — ma l’aveva fatto per spezzare le sue catene, e ci era riuscita. E quella sua libertà, quel suo camminare sopra i resti della città che ci ingoia, mi ha detto più di tutte le prediche di questo ...

INCRESPATURE

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30 marzo Gli enigmi riaffiorano come cicatrici che credevo chiuse. Le increspature dell’anima si riaffacciano buie e tempestose, e tutto sembra sgretolarsi in un’eco di cose già vissute, già dimenticate, già tornate. C’è troppa confusione in questa innaturale apatia, un silenzio che sa di sigarette spente a metà e finestre chiuse da troppo tempo. Ho dormito poco ieri. Oggi le mani tremano e la testa pesa come un pugno di ferro. Le strade fuori sembrano lontane, i clacson suonano in un’altra vita. Ho provato a scrivere qualcosa di decente, ma le parole si piegano su se stesse, si trascinano stanche come me. Il mondo continua a girare con la sua prepotenza inutile, e io resto qui, inchiodato a questo buco di stanza, aspettando che qualcosa cambi o che almeno si spenga questa fottuta luce al neon che mi trapana il cervello. Forse uscirò più tardi, forse no. Forse resterò qui ad ascoltare i miei fantasmi, a lasciarmi ingoiare da questa notte che sembra non finire mai.  

MADE IN ITALY

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Il  Made in Italy  oggi sembra essersi trasformato in uno stile rococò: ricchezza, opulenza, potere. Ma il vero problema è che, giorno dopo giorno, stiamo perdendo pezzi del nostro patrimonio culturale e sociale. Cammino per la mia città e di  Made in Italy  ne vedo ben poco. Piuttosto, percepisco una tendenza all’importazione di "prodotti" di scarsa qualità per la massificazione del consumo, e mi accorgo di quanto sia sempre più difficile riconoscermi nello spazio e nel tempo in cui viviamo.