ROMANZO ROSSO
















IL ROMANZO ROSSO DI JAIL

ROMANZO IN COSTRUZIONE

Questa pagina è in costruzione.

Quello che stai leggendo non è un'opera conclusa.

È un romanzo mentre accade.

Testi, immagini, musica, ricordi e personaggi entreranno in queste pagine seguendo il tempo della scrittura, non quello della pubblicazione.

Alcune cose cambieranno. Altre verranno riscritte. Qualcuna scomparirà.

Considerate definitivo soltanto ciò che verrà dopo una parola:

FINE.

Fino ad allora, siete dentro il cantiere.

Jail

 




PRESENTAZIONE

Ci sono storie che si scrivono.

Altre accadono prima ancora che qualcuno decida di raccontarle.

Il Romanzo Rosso appartiene alle seconde.

Nasce da fotografie, persone, musica, luoghi, parole ascoltate e parole rimaste in silenzio.

Nasce da Ostia, ma non è un romanzo su Ostia.

Nasce da persone reali, ma non pretende di raccontarne la realtà.

Perché nel momento in cui un ricordo entra in una storia cambia forma.

Una fotografia diventa una scena.

Una canzone diventa un tempo.

Una persona può diventare un personaggio.

Un incontro casuale può trasformarsi nell'inizio di qualcosa che, nel momento in cui accadeva, nessuno aveva ancora riconosciuto.

Qui convivono realtà e immaginazione.

E non sempre sarà necessario sapere dove finisce l'una e comincia l'altra.

Jail scrive.

O forse osserva.

Raccoglie quello che gli altri lasciano cadere.

Un gesto. Una frase. Un silenzio.

Poi ci sono loro.

Il Dannato.

Donatella.

Patrizia.

Tequila.

Gaber.

Persone, personaggi, presenze.

Ognuno porta qualcosa dentro il romanzo.

Qualcuno il fuoco.

Qualcuno il silenzio.

Qualcuno il desiderio di andarsene.

Qualcuno la forza.

Qualcuno un segreto.

E poi c'è il tempo.

Che in questo romanzo non procederà necessariamente in avanti.

Il passato può arrivare domani.

Il futuro può essere già accaduto.

Una fotografia di anni prima può spiegare una mattina di oggi meglio di qualsiasi ricordo.

Perché la memoria non conosce calendario.

Conosce associazioni.

Colori. Odori. Musica. Persone.

Il rosso, allora, non è soltanto un colore.

È ciò che rimane quando qualcosa attraversa la vita con abbastanza forza da lasciare un segno.

Questo romanzo comincia da quel segno.

Non so ancora dove finirà.

Ed è giusto così.

Jail







CAPITOLO I

IL MESSAGGIO

Ostia, 16 agosto 2026

Il Dannato uscì presto.

Non perché avesse qualcosa da fare. Aveva imparato che certe mattine bisogna semplicemente esserci.

Prima dell'alba la città era diversa.

O forse era lui a esserlo.

Ostia aveva ancora addosso la notte: poca gente, poche macchine, qualche finestra accesa. Il rumore lontano del mare non aveva bisogno di essere visto per ricordarti che era lì.

Camminava.

Non cercava niente.

Era questa la parte che gli piaceva di più.

Per buona parte della vita aveva cercato qualcosa: un risultato, una risposta, una persona, una conferma.

Persino quando diceva di essere libero, probabilmente stava andando da qualche parte.

Adesso aveva scoperto il piacere di camminare senza destinazione.

Poi si fermò.

Sul muro qualcuno aveva scritto delle parole.

Avrebbe potuto continuare.

Era soltanto una scritta.

Ostia ne era piena.

Nomi, amori, rabbia, politica, promesse. Dichiarazioni destinate a durare meno del muro sul quale erano state lasciate.

Ma quella volta tornò indietro.

Lesse.

Una volta.

Poi un'altra.

Edera divora vetro e rete.
Cemento cede ai canali.
Liane avvolgono tralicci del sonno.

Rimase fermo.

Poi sorrise.

— Donatella.

Pronunciò il nome piano, quasi per provare come suonava dentro quella mattina.

Non aveva nessuna prova che fosse stata lei.

Era proprio questo il problema.

Con Donatella non aveva mai avuto bisogno di prove.

Il Dannato guardò ancora quelle parole.

Forse erano lì da mesi.

Forse da anni.

Forse le aveva scritte qualcuno che non avrebbe mai conosciuto.

Una ragazza. Un uomo. Un poeta. Un ubriaco.

Qualcuno che una notte aveva semplicemente avuto bisogno di lasciare tre righe sopra un muro.

Non importava.

Da quella mattina quelle parole avevano cambiato proprietario.

Perché esistono messaggi che appartengono a chi li scrive.

E altri che rimangono ad aspettare chi deve trovarli.

Quello stava aspettando lui.

O almeno così decise di credere.

Prese il telefono.

Fotografò il muro.

Non guardò subito lo scatto. Rimase invece qualche secondo davanti alla scritta.

Cemento.

Liane.

Pineta.

Mare.

Ostia era sempre stata capace di mettere insieme cose che non avrebbero dovuto stare insieme.

Forse era quello che la rendeva così difficile da spiegare.

E così facile da amare.


Il Dannato conosceva bene quella contraddizione.

Aveva passato anni pensando che per ricominciare fosse necessario distruggere.

Tagliare.

Cancellare.

Andarsene.

Poi aveva scoperto che non funzionava.

Puoi abbattere una casa. Cambiare strada. Chiudere una porta. Cancellare un numero.

Ma il passato possiede una caratteristica irritante:

sa tornare.

A volte torna come dolore.

Altre come nostalgia.

Qualche volta torna travestito da possibilità.

Forse Donatella lo sapeva.

Forse era questo che voleva dirgli.

Si accorse di averlo pensato di nuovo.

Donatella.

Rise.





— Sei proprio un coglione.

Questa volta lo disse ad alta voce.

Una signora dall'altro lato della strada lo guardò.

Il Dannato abbassò gli occhi e riprese a camminare.

Il telefono era ancora nella sua mano.

Lo schermo si accese.

Per un istante pensò di scriverle.

Non lo fece.

Continuò.

Dopo qualche metro si voltò.

Il muro era ancora lì.

Naturalmente.

Ma qualcosa era cambiato.

Non nel muro.

Dentro di lui.

Non sapeva ancora se quel messaggio fosse una risposta, una domanda o semplicemente una coincidenza.

E forse non avrebbe dovuto scoprirlo subito.

Aveva passato troppo tempo a pretendere risposte immediate.

Quella mattina poteva permettersi di lasciare qualcosa aperto.

Ripose il telefono in tasca.

Davanti a lui Ostia cominciava a svegliarsi.



Una serranda saliva.

Un motorino attraversò l'incrocio.

Da una finestra arrivò per pochi secondi una canzone che conosceva.

Non riuscì a capire quale.

Si fermò ad ascoltare.

Troppo tardi.

La musica era già scomparsa.

Sorrise ancora.

Anche quella, pensò, poteva aspettare.

Riprese a camminare.

Adesso aveva soltanto un problema.

Doveva capire dove andare.

Ma per la prima volta non gli sembrò necessario deciderlo subito.









IL BAR CAVALLERI

Entrò, come al solito, al Bar Cavalleri.

Era diventata quasi un'abitudine incontrare Jail lì, a quell'ora.

Il Dannato andava a dormire.

Jail era già sveglio.

Pronto a prendere appunti per il suo romanzo.

— Perle di saggezza — ripeteva spesso Gaber quando passava per un caffè e lo vedeva scrivere.

Quella mattina, per uno dei soliti scherzi del destino, c'erano tutti.

Al tavolino nell'angolo, in fondo al bar, Jail e il Dannato.

E, di passaggio per un caffè, Gaber.

Il Dannato lo vide entrare e lo salutò a modo suo.

— A figlio delle stelle! Hai smontato? Triste la notte, eh?



Gaber sorrise.

Conosceva il Dannato da una vita.

In fondo, il padre naturale — così lo definiva — non c'era mai stato.

E non c'era neanche quella mattina.

Non era lì per prendere un caffè con suo figlio.

Un figlio che cercava di farsi strada nella vita senza un padre.

Gaber non ne parlava sempre.

Ma quando incontrava il Dannato, prima o poi, quella storia riusciva a trovare il modo di sedersi al tavolo insieme a loro.

Forse per questo, quando lo salutava, amava ricordarglielo.

Non lo chiamava padre.

Non proprio.

Aveva trovato una definizione tutta sua.

Una di quelle che fanno sorridere prima ancora di capire quanto pesino.

Lo guardò.

— Lo sai che ho avuto un padre frizzante?

Il Dannato sorrise.

Jail smise di scrivere.

Alzò gli occhi dal foglio.

Gaber si corresse.

— Anzi. Effervescente.

Jail prese la penna.

Il Dannato lo vide e scosse la testa.

— Eccolo. Mo’ questa te la scrive.

Jail abbassò nuovamente gli occhi sul quaderno.

Una frase.

Soltanto una.

Ho avuto un padre effervescente.

Poi mise un punto.

Jail chiuse il quaderno.

Padre frizzante.

Quelle due parole continuavano a seguirlo.







Padri effervescenti.

Gaber uscì dal Cavalleri senza salutare una seconda volta.

Era fatto così.

Lasciava una frase sul tavolo e se ne andava prima che qualcuno potesse chiedergli cosa volesse dire.

Jail rimase con la penna in mano.

Sul quaderno c'erano cinque parole.

Ho avuto un padre effervescente.

Il Dannato guardò verso la porta.

— Frizzante — disse.

Jail alzò gli occhi.

— Cosa?

— Un padre frizzante.

Sorrise appena.

Non aggiunse altro.

E fu proprio quello a dare fastidio a Jail.

Perché, in fondo, era vero anche per lui.

Il Dannato era stato qualcosa di molto simile a un padre.

Un padre frizzante.

Uno di quelli che non stanno mai fermi dentro la propria vita.
Che fanno saltare il tappo.
Che traboccano.
E qualche volta sporcano tutto.

Jail lo conosceva da abbastanza tempo da sapere che dietro quel soprannome non c'era nessuna posa.

Il Dannato era dannato davvero.

Non da Dio.

Dalle proprie scelte.

Diciassette anni di galera.

Quasi venti, se dentro ci mettevi tutto il resto.

Attese.
Processi.
Celle.
Ritorni.
Porte chiuse.
Persone perdute.

E l'amore.

Soprattutto quello.

Il Dannato diceva di aver pagato per avere amato, per avere scelto e per non essere mai riuscito a sopportare l'ipocrisia.

Delle donne parlava poco.

Quando lo faceva, Jail capiva che in quelle parole c'erano ferite che non gli appartenevano e giudizi che non aveva mai completamente condiviso.

Il Dannato sosteneva di conoscerle.

Forse troppo.

Forse male.

Ma c'era una frase che ripeteva spesso.

Sempre la stessa.

— È una loro scelta.

Loro chi?

Jail non glielo aveva mai chiesto.

O forse sì.

E il Dannato, come al solito, aveva risposto parlando d'altro.

Jail chiuse il quaderno.

Salutò, la cassa, gesti abituali.

Le monete.
Il pacchetto di tabacco

Fuori aveva smesso di piovere, ma Ostia conservava ancora l'acqua sull'asfalto.

Jail si avviò verso casa.

Camminando, però, quelle tre parole continuarono a seguirlo.

Un padre frizzante.

Gli tornò in mente il Dannato sulla panchina.

Poi una donna.

Una bambina.

E improvvisamente ricordò una cosa.

Luglio.

Un paio d'anni prima.

Una figlia.

Jail rallentò.

C'era qualcosa, in quel giorno, che aveva dimenticato.

No.

Non dimenticato.

Archiviato.

Ed era diverso.

Il Dannato aveva pronunciato anche allora quella frase.

— È una loro scelta.

Jail si fermò.

Guardò la strada davanti a sé senza vederla davvero.

Adesso ne era certo.

Da qualche parte, fra i vecchi quaderni, fotografie, messaggi stampati e appunti accumulati negli anni, esisteva ancora la traccia di quel giorno.

E se voleva capire cosa significasse davvero padre frizzante, doveva tornare lì.

Non dal Dannato.

Non ancora.

Nell'archivio.

Quella sera Jail non tornò a casa per scrivere.

Tornò a casa per cercare.













Il romanzo continua





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