Cerchio Blu di Romualdo
Una vita vera.
PROLOGOLa stanza
Alle sette e mezza del mattino il cielo sopra Ostia aveva il colore del
ferro. La pioggia non era ancora cominciata, ma l'aria entrava dalla
finestra con quella freschezza che annuncia una tregua. Giles sedeva al
tavolo del soggiorno con gli occhiali appoggiati sopra un quaderno e una
tazza che si era già raffreddata.
Il cane, Nilo, guardava il balcone come se aspettasse qualcuno. Non
abbaiava. Da quando Giles aveva smesso di lavorare, anche il cane
sembrava avere imparato il valore del silenzio.
Sul tavolo c'erano un mouse, un telefono, due penne e un groviglio di
fogli scritti con una grafia che nemmeno lui riusciva sempre a
decifrare. Li conservava da anni. Alcuni portavano date, altri soltanto
frasi. Domande senza risposta. Titoli di canzoni. Pensieri nati durante
i turni di notte, quando i corridoi dell'azienda si svuotavano e il
tempo sembrava appartenere finalmente a lui.
Giles aprì il quaderno su una pagina bianca.
Per tutta la vita aveva creduto che servisse un luogo speciale per
creare. Uno studio vero, una stanza ampia, una libreria ordinata, una
finestra sul mare. Adesso possedeva poco più di un tavolo, un balcone e
il diritto di chiudere la porta. Eppure,
guardandosi intorno, capì che quello era il luogo che aveva sempre
cercato.
La casa era piccola. La cucina confinava con il soggiorno, il bagno era
a pochi passi, il balcone conteneva tre vasi, una sedia e l'illusione di
un giardino. Ma ogni cosa era a portata di mano. La musica. I quaderni.
La macchina fotografica. Il cane. Elena, quando rientrava dal lavoro.
Lea, quando decideva di sedersi accanto a lui e raccontargli una parte
della propria giornata.
Prese il telefono e avviò una registrazione.
«Questo libro non è stato scritto in pochi giorni», disse. «Ci ho messo
quarant'anni.»
Rimase ad ascoltare il rumore del proprio respiro.
Per la prima volta non ebbe la sensazione di stare iniziando qualcosa.
Stava tornando.
CAPITOLO IIl fondo
Tre anni prima, nel giugno del 2023, Giles pensava ancora che la vita
fosse una questione di resistenza.
Resistere al lavoro. Resistere alle cure. Resistere alle telefonate che
arrivavano quando avrebbe voluto dormire. Resistere alle responsabilità
economiche, alle scadenze, alle persone che continuavano a chiedergli
qualcosa anche quando lui non aveva più nulla da dare.
Il melanoma era arrivato nel 2020, nel mezzo di un mondo già deformato
dalla pandemia. Gli ospedali avevano porte chiuse, corridoi vuoti e
facce nascoste dalle mascherine. La malattia non gli aveva concesso il
lusso della paura teatrale. Era stata concreta, burocratica, fatta di
esami, fogli, firme e attese.
Gli avevano riconosciuto un'invalidità totale. Le parole erano rimaste
stampate su un documento, ma dentro di lui non avevano trovato subito un
significato. Totale rispetto a cosa? Al lavoro? Alla vita? Alla
possibilità di continuare a essere padre, marito, uomo?
Per molto tempo aveva continuato a comportarsi come prima. Il corpo
rallentava e lui aumentava lo sforzo. Le giornate si erano riempite di
doveri fino a diventare un'unica frase ripetuta: devo, devo, devo.
Doveva produrre. Doveva mantenere. Doveva risolvere. Doveva dimostrare
che la malattia non lo aveva cambiato. Doveva essere presente per tutti,
anche quando essere disponibile significava consumarsi.
Poi il lavoro era finito.
Non con un licenziamento netto, non con una scena da film. Era finito
attraverso procedure, riconoscimenti, visite e comunicazioni. La
pensione era stata sperata e insieme temuta. Giles controllava la posta
elettronica ogni giorno, più volte al giorno. Quando finalmente arrivò
la notizia, provò un sollievo così grande da confonderlo con una colpa.
Elena continuava a lavorare.
La mattina usciva presto, e lui restava a casa con il rumore della porta
che si chiudeva. Per mesi quel rumore gli ricordò che lei stava andando
a fare ciò che lui non era più capace di fare.
Provava vergogna per il tempo libero. Lo viveva come un privilegio non
meritato, anche se era stato pagato con la salute.
«Non sei in vacanza», gli disse Elena una sera. «Sei arrivato fin qui
come potevi.»
Giles annuì, ma non riuscì a crederle.
Quando aveva lavorato, aveva sognato il tempo. Quando il tempo era
arrivato, non sapeva più come abitarlo.
Fu quello il fondo.
Non la malattia. Non la perdita del lavoro. Non i soldi.
Il fondo fu ritrovarsi davanti a giornate intere e non sapere chi fosse
l'uomo che avrebbe dovuto viverle.
CAPITOLO II
Le palline da ping-pong
La mente di Giles era sempre stata un contenitore troppo piccolo.
Da ragazzo scriveva per svuotarla. Riempiva quaderni durante le notti,
copiava frasi dai film, titoli di canzoni, pensieri ascoltati per
strada. Non aveva mai pensato di essere uno scrittore. Scrivere era un
gesto fisico, quasi un riflesso. Una sensazione arrivava e lui doveva
darle una forma prima che scomparisse.
Con gli anni, però, i pensieri avevano cominciato a rimbalzare senza
ordine. Li immaginava come migliaia di palline da ping-pong gettate
nella stessa scatola. Ogni idea urtava la successiva. Ogni paura
produceva un'altra paura. Il rumore gli impediva di distinguere la
realtà dalle ipotesi.
Durante il periodo peggiore era seguito da uno psichiatra. Le medicine
avevano abbassato il volume del mondo, ma Giles temeva che insieme al
rumore avrebbero spento anche ciò che sentiva di essere. Aveva sempre
difeso la propria intensità come una qualità, persino quando diventava
insopportabile per lui e per chi gli viveva accanto.
Parlava molto. Troppo, secondo alcuni.
Apriva un argomento e ne trovava altri dieci. Una parola lo portava a un
ricordo, il ricordo a una persona, la persona a un errore, l'errore a un
progetto. C'era chi lo ascoltava divertito, chi si stancava, chi
scambiava quel flusso per presunzione.
Giles stesso, a volte, temeva di essere stupido.
Un giorno si accorse che non era il pensiero a essere sbagliato. Gli
mancava soltanto un filo.
Cominciò a registrarsi. Parlava al telefono come aveva parlato ai
quaderni. Poi affidava quelle parole a uno strumento capace di
trascriverle, ordinarle, restituirgliele senza il rumore delle
esitazioni.
All'inizio provò diffidenza. Gli sembrava di imbrogliare. Come se usare
una macchina per mettere ordine togliesse autenticità alla voce.
Poi capì che uno strumento non crea ciò che non esiste.
Un pennello non inventa il pittore. Una macchina fotografica non inventa
lo sguardo. Una tastiera non inventa la memoria.
La sua mente continuava a essere piena di palline.
Ma, per la prima volta, cominciavano a mettersi in fila.CAPITOLO III
I cerchi
Giles aveva sempre immaginato la vita come un sasso gettato in uno
stagno.
Il primo cerchio era la persona. Il corpo, il nome, l'identità. Poi
arrivavano gli altri: la famiglia, gli amori, gli amici, il lavoro, le
passioni. Cerchi concentrici che si allargavano e finivano per
confondersi.
Per anni aveva pensato che amare significasse includere. Tenere dentro.
Proteggere tutti. Essere il centro capace di assorbire le scosse.
Aveva due figli nati da una storia precedente. Elena aveva una figlia
che Giles aveva conosciuto quando era ancora una bambina. Insieme
avevano cresciuto Lea, l'ultima arrivata, quella che lui chiamava
scherzando la mezza figlia e che, proprio per questo, pesava più di
tutti gli altri messi insieme.
I nomi, col tempo, erano diventati distanze.
Alcuni figli avevano scelto di restare fuori dal suo cerchio. Giles non
riusciva a stabilire quando fosse accaduto. Ogni allontanamento
possedeva motivi diversi, parole non dette, giudizi, silenzi, errori
reciproci. Per molto tempo aveva cercato di comprendere le loro ragioni
come se la comprensione potesse obbligare la realtà a cambiare.
Non accadde.
Il suo psichiatra gli disse una volta: «Lei continua ad avere dei figli,
anche quando loro non sono presenti.»
Giles rispose con rabbia. Poi, tornando a casa, riconobbe la verità
della frase.
Un legame non scompare perché una persona si allontana. Rimane nel
disegno. Ma può cambiare distanza.
Quella consapevolezza non gli diede pace. Gli diede un limite.
Il suo compito non era inseguire ogni cerchio. Era imparare a custodire
quello in cui continuava a vivere.
Oggi quel cerchio conteneva Elena, Lea e Nilo. Conteneva anche le
assenze, ma non permetteva più alle assenze di occupare tutto lo spazio.
Giles non parlava di perdono. Non sapeva ancora se fosse capace di
perdonare e, soprattutto, se avesse il diritto di chiedere perdono a chi
non voleva ascoltarlo.
Parlava di chiusura.
Chiudere un cerchio non significava cancellarlo. Significava riconoscere
che aveva compiuto il proprio tempo.
Alcuni cerchi, però, restavano aperti.
Giles aveva smesso di considerarli il finale della propria storia.
Forse appartenevano a un altro libro.
CAPITOLO IV
Elena
Elena aveva cinquantun anni e uno sguardo che Giles definiva spietato
soltanto perché non trovava una parola più gentile per la lucidità.
Era piccola di statura, ma entrava nelle stanze con una presenza che le
rendeva immediatamente più strette. Non amava le illusioni. Non
consolava per abitudine. Quando riteneva che Giles stesse mentendo a sé
stesso, glielo diceva.
Si erano conosciuti più di vent'anni prima. Giles amava pensare che
Elena si fosse innamorata dell'artista, perché non trovava altre ragioni
plausibili.
«Esteticamente non avevi possibilità», le diceva.
Lei rideva. «Infatti non ti guardavo.»
Ma lo aveva guardato abbastanza da scegliere di sposarlo il giorno del
proprio compleanno.
Quella data aveva unito due nascite: la sua e quella ufficiale della
loro famiglia.
Giles chiamava Elena il proprio sogno proibito. Non perché fosse
irraggiungibile, ma perché continuava a osservarla con la meraviglia di
qualcosa che non avrebbe mai voluto dare per scontato.
Il loro amore non aveva nulla di perfetto.
Avevano attraversato stanchezza, denaro insufficiente, figli, divorzi
precedenti, malattie, silenzi e discussioni che sembravano non finire.
Giles viveva ogni emozione fino all'esaurimento. Elena aveva imparato a
difendere il proprio spazio senza abbandonarlo.
La loro armonia non era l'assenza del conflitto.
Era la capacità di trovare un punto d'incontro prima che il conflitto
diventasse una frattura.
Una sera erano usciti sul balcone a fumare. Di fronte a loro si vedeva
un attico vuoto, grande, illuminato soltanto da una finestra.
«Una casa così sarebbe bella», disse Giles. «Una terrazza vera. Un posto
per il barbecue. Una stanza per Lea. Uno spazio mio.»
Elena guardò l'edificio.
«Sì. Però qualcuno l'ha comprata e non la vive.»
Quella frase rimase tra loro più a lungo del fumo.
Giles non criticava la ricchezza. Criticava lo spreco. Lo spreco di una
casa, di un talento, di una relazione, del tempo.
Rientrarono nel loro soggiorno piccolo. Nilo occupava metà del divano.In cucina erano rimaste le polpette preparate da Giles, diverse da tutte
quelle cucinate in precedenza perché lui non riusciva a ripetere una
ricetta nello stesso modo.
Elena assaggiò una polpetta fredda.
«Queste sono buone.»
Per Giles fu sufficiente.
La loro casa non era il massimo che aveva sognato.
Era il luogo in cui aveva smesso di misurare la vita attraverso ciò che
mancava.
CAPITOLO V
Il superfluo
Giles aveva cercato il denaro con convinzione.
Non lo negava e non lo considerava un peccato. Aveva avuto idee,
progetti, tentativi di impresa. Una cartografia, un lavoro grafico,
iniziative che partivano con l'energia di una rivoluzione e si
spegnevano davanti ai conti.
Sua madre gli aveva detto: «Se parti da zero, sempre zero fai. Se sei
bravo, a zero rimani.»
Lui aveva riso. Poi aveva imparato a proprie spese che lo zero può
essere una forma di equilibrio e una minaccia.
Il successo gli sembrava una prova del valore personale. Voleva capire
quanto valessero i soldi, quanto valesse lui, quanto i suoi sogni
fossero amati e condivisi.
Non riuscì ad arricchirsi.
Per molto tempo considerò questa circostanza un fallimento. Si definiva
mediocre, un operaio con troppe idee e poca capacità di trasformarle in
risultati.
La malattia aveva cambiato la misura.
Quando vedi la morte da vicino, gli oggetti non perdono valore: perdono
autorità.
Una macchina rimane utile. Una casa rimane necessaria. I soldi evitano
umiliazioni e rendono il dolore meno gravoso. Ma smettono di spiegare
chi sei.
Giles non era diventato un asceta. Continuava a desiderare una casa più
comoda e una sicurezza economica maggiore. Voleva offrire spazio a chi
sceglieva di restare nel suo cerchio. Non provava vergogna per quella
ambizione.
Aveva soltanto compreso che il superfluo fa rumore.
Lo aveva visto negli occhi degli altri e nei propri. Oggetti, conferme,
simboli, persone accumulate come prove. Mancanze pubblicizzate fino a
sembrare sogni.
L'essenziale, invece, non chiedeva attenzione.
Una casa silenziosa. Una tazza calda. Gli occhiali sul tavolo. Elena che
rientrava. Lea che raccontava un progetto. Nilo che pretendeva una
passeggiata.
Giles aveva passato metà della vita a cercare il più.
Era a portata di mano.
CAPITOLO VI
Le ventiquattro ore
Una giornata contiene ventiquattro ore, ma Giles non aveva mai creduto
davvero a quella matematica.
Otto ore di lavoro, quando erano soltanto otto. Il viaggio. La spesa. Le
bollette. La casa. La scuola. I campi sportivi. I medici. Le persone da
accompagnare. Le telefonate. I problemi che non rispettano gli orari.
Poi il sonno, teoricamente otto ore, quasi sempre meno.
Alla fine il conto produceva un debito.
Si partiva da meno tre e il giorno successivo si arrivava a meno
quattro. Così per anni. Il tempo dedicato a sé stessi non spariva in un
unico momento. Veniva consumato a piccole rate.
Giles aveva perso tempo per dovere, per amore, per passione e per
lavoro.
Non tutto quel tempo era perduto nello stesso modo.
Quello consegnato all'amore lo aveva costruito, anche quando gli aveva
fatto male. La passione gli aveva permesso di riconoscersi. Il dovere
gli aveva dato una disciplina e, qualche volta, una prigione.
Il tempo sprecato era un altro: quello trascorso a rincorrere
un'immagine di successo che non gli apparteneva.
La pensione gli aveva restituito le ore senza spiegargli cosa farsene.
All'inizio aveva provato smarrimento. Ritrovare il tempo smarrito
significava incontrare anche lo smarrimento che la sua assenza aveva
prodotto.
Poi aveva cominciato a usare le mattine.
Camminava lungo il muro di Ostia, quello raccontato dai giornali quando
parlavano di criminalità, degrado, politici e imprenditori. Giles
osservava il mare oltre le costruzioni, fotografava un albero, una luce,
una persona addormentata sotto un ponte. Non cercava la bellezza.
Cercava una presenza.
Tornava a casa e cucinava.
Ogni piatto era diverso perché lui era diverso dal giorno precedente.
Anche una pasta diventava una forma espressiva. Ordine, ingredienti,
tempi, improvvisazione. Giles non distingueva più l'arte dalla
quotidianità.
La sua opera non era ciò che faceva.
Era il modo in cui viveva le ore che gli erano rimaste.
CAPITOLO VII
Il quaderno e la macchina
Nel cassetto c'erano circa trenta quaderni.
Giles non conosceva il numero esatto. Alcuni si erano persi durante i
traslochi, altri erano rimasti in scatole che nessuno apriva. Quelli più
recenti erano vicini, scritti con una grafia nervosa e inclinata.
Ogni tanto ne prendeva uno a caso.
Trovava una frase: Perché rimandare la verità?
In un altro: Il piacere dell'ordine nella testa e nelle cose.
Poi: La vera perversione è la solitudine.
Oppure: Mi disturba disconnettermi da me stesso.
Non ricordava quando le avesse scritte. Eppure le riconosceva.
Erano semi.
Per decenni aveva creduto che quegli appunti non fossero serviti a
nessuno. Erano stati compagni delle crisi, delle notti, degli
innamoramenti, dei risentimenti e dei pentimenti. La maggior parte non
aveva avuto un lettore.
Adesso servivano.
Non perché fossero diventati letteratura. Perché gli permettevano di
vedere che il ragazzo di ventiquattro anni e l'uomo vicino ai sessanta
stavano cercando la stessa cosa.
La verità.
Non la verità assoluta, che Giles considerava una pretesa pericolosa. La
propria coerenza. Il diritto di non vivere una vita in contrasto con ciò
che sentiva.
La macchina lo aiutava a mettere in relazione le parole. Non decideva al
posto suo. Gli restituiva il filo, come una segretaria paziente capace
di ascoltare un soliloquio senza interromperlo.
Giles aveva stabilito una regola.
Durante la creazione nessuno poteva disturbarlo. Neppure la macchina.
Lui parlava, scriveva, fotografava. Soltanto quando diceva «A posto»
iniziava il lavoro dell'ordine.
Scoprì così che la tecnologia non lo allontanava dai quaderni.
Li apriva.
CAPITOLO VIII
La pace possibile
Giles ricordava un periodo della propria vita in cui aveva conosciuto
una pace completa.
La descriveva come una tavola imbandita con ogni bene. Non perché
possedesse tutto, ma perché i cinque sensi sembravano avere trovato la
propria misura. Il cibo, la musica, un corpo vicino, la luce, un
profumo. Nessuna parte di lui chiedeva altrove.
Poi qualcosa era accaduto.
Giles sapeva cosa, ma per molto tempo aveva preferito dire di non
saperlo. Quell'incertezza conteneva una speranza: poter ritrovare la
stessa pace senza ripetere la stessa vita.
Ora possedeva una consapevolezza che allora gli mancava.
Non voleva tornare indietro. Voleva riconoscere quella condizione se
fosse tornata.
Credeva che ogni essere umano, anche il più disgraziato, avesse
conosciuto almeno un istante simile. Un giocattolo ricevuto da bambino.
Una tavola apparecchiata. Una risata. Un amore. Un pomeriggio senza
paura.
Quei ricordi non erano rifugi.
Erano orientamenti.
Il passato dimostrava che la pace esisteva. Il presente chiedeva di
renderla possibile. Il futuro nasceva dalla speranza di riconoscerla
ancora.
Giles non voleva insegnare a vivere. Diffidava di chi trasformava ogni
esperienza personale in una legge universale. Diceva soltanto che, nel
suo caso, la pace era cominciata nel nucleo.
Dentro la casa. Dentro il corpo. Dentro il cerchio.
La libertà di Giles doveva fermarsi prima di invadere quella di Elena, e
la libertà di Elena doveva lasciare intatta la sua. Non serviva altro
per costruire una convivenza, se non il lavoro quotidiano necessario a
trovare un punto d'incontro.
La pace non era assenza di conflitti.
Era un modo di attraversarli senza distruggersi.
CAPITOLO IX
Predestinato fortunato
Da ventidue anni Giles si definiva un predestinato fortunato.
La frase era nata come una battuta, poi aveva assunto il peso di una
dichiarazione.
Predestinato, perché molte cose non le aveva scelte.
Fortunato, perché nonostante tutto continuava a riconoscere la propria
vita come degna di essere vissuta.
Aveva pochi rimpianti e qualche rimorso. Non desiderava liberarsene.
Un'esistenza senza nessun rimorso gli sembrava una vita attraversata
senza rischiare abbastanza.
Non avrebbe ripetuto tutto. Non avrebbe cancellato niente.
Il melanoma, il Covid, la fine del lavoro, la fatica mentale avevano
interrotto la traiettoria che seguiva. Per molto tempo li aveva
considerati soltanto colpi. Adesso vedeva anche gli spartiacque.
Toccare il fondo non rende migliori. Giles lo sapeva. Alcune persone
rimangono sul fondo, altre tornano su piene di rabbia, altre si
convincono di avere ricevuto una rivelazione valida per tutti.
Lui era tornato con una domanda più semplice.
Per fare che?
Per fare che aveva lavorato dodici ore? Per fare che aveva inseguito
oggetti, risultati, approvazione? Per fare che aveva lasciato che i
doveri occupassero ogni stanza della mente?
La risposta non era una condanna del passato.
Il passato gli aveva permesso di arrivare alla domanda.
Adesso sì, pensava.
Non perché avesse ottenuto ciò che desiderava da ragazzo. Perché aveva
smesso di desiderare di diventare un'altra persona.
CAPITOLO XCieli blu
Il quattordici luglio Giles fotografò un albero.
Il cielo dietro i rami era diviso tra il blu e il grigio. Modificò
l'immagine sul telefono, accentuando il contrasto, come faceva un tempo
con le tele. La realtà era il punto di partenza, non l'obbligo di
arrivo.
Ascoltava una vecchia canzone e pensò ai momenti in cui non aveva avuto
paura di essere libero.
Voleva pubblicare la foto sui social.
Per anni aveva considerato la condivisione una richiesta di
approvazione. Ora la viveva come un gesto diverso. Non doveva attirare
nessuno. Doveva dire ciò che pensava, lasciare una traccia, offrire un
frammento senza pretendere che venisse compreso.
Scrisse poche righe.
Non gli mancava il passato. Gli mancava la libertà con cui lo aveva
vissuto.
Quella mattina, però, si accorse di stare dalla parte del cielo blu.
Non perché quello grigio fosse scomparso.
Aveva smesso di considerarlo l'unico orizzonte possibile.
Lea entrò nella stanza mentre lui cercava le parole giuste. Gli fece una
domanda pratica, una di quelle che la vita usa per ricordarti che
nessuna illuminazione sospende la quotidianità.
Giles rispose male. Poi respirò e le chiese scusa.
La pace possibile non era una stanza senza disturbi.
Era la capacità di tornare a sé dopo essere stato interrotto.
Pubblicò la fotografia.
Poi posò il telefono e preparò il pranzo.
EPILOGO
Il futuro
Quando terminò di rileggere, Giles chiuse il computer.
Elena era seduta davanti a lui. Lea sfogliava le pagine stampate senza
seguire l'ordine. Nilo dormiva sotto il tavolo.
«Quindi è finito?» chiese Elena.
Giles guardò i fogli.
Non era finita la vita. Non erano finiti gli appunti. Restavano cerchi
aperti, persone lontane, domande che non avevano trovato una forma.
Restava il laboratorio, il desiderio di fotografare, parlare, cucinare,
scrivere altre storie.
Ma quel libro era finito.
Era iniziato nel giugno del 2023, quando aveva cercato
contemporaneamente un equilibrio economico, fisico e mentale. Era
passato attraverso la malattia, la pensione, il fondo, la casa, la
famiglia e il tempo ritrovato.
In apparenza era stato scritto in pochi giorni.
Giles sapeva che non era vero.
Aveva cominciato a ventiquattro anni, durante una notte di lavoro,
quando aveva annotato una frase senza sapere a chi sarebbe servita.
«Sì», disse. «Questo è finito.»
Elena appoggiò una mano sulla copertina provvisoria.
«E adesso?»
Giles guardò fuori. Il balcone era piccolo, ma il cielo sopra Ostia non
aveva confini.
«Adesso lo vivo.»
Il libro era nato perché un uomo, dopo quarant'anni di appunti, aveva
finalmente trovato il coraggio e il tempo di metterli in relazione con
il proprio futuro.
FINE
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