Masterchef




 


 

MASTERCHEF

Quello che il Destino ha cucinato per me

Presentazione

Non scrivo per conservare.
Scrivo per orientarmi.

Le parole non servono a fissare il passato.
Servono a riconoscermi nel presente.

Questa scrittura non nasce da un modello.
Nasce dall’osservazione.

Persone.
Dinamiche.
Silenzi.

Fotografie, luoghi, coincidenze.

Cose apparentemente insignificanti che, per qualche ragione, decidono di restare.

Non cerco verità assolute.
Mi interessa, semmai, mettere in discussione il bisogno di averne.

All’inizio è istinto.

Pieno, autentico, ma instabile.

Alcune immagini rimangono.
Altre si disperdono.

Alcuni pensieri arrivano fino in fondo.
Altri si fermano a metà.

Poi arriva il confronto.

Uno sguardo esterno che non deve proteggere quello che ho scritto, ma verificarlo.

Non per scrivere al mio posto.
Non per sostituire la mia voce.
E nemmeno per rendere più bello ciò che bello non è.

Serve a fare domande.

Cosa regge?
Cosa no?

Dove c’è un pensiero?
Dove soltanto una sensazione?

Dove una parola aggiunge qualcosa?
E dove, invece, nasconde?

Non è un passaggio morbido.

Si toglie.
Si riduce.
Si espone.

Non per semplificare.

Per dare peso.

Con il tempo qualcosa cambia.

Le parole diventano meno, ma più esatte.

Le immagini più nette.

I pensieri trovano una forma.

Ma il nucleo deve rimanere intatto.

Lo sguardo di chi osserva prima di giudicare.

Di chi riconosce il valore delle cose senza dimenticarne il limite.

Di chi accetta persino di cambiare idea, quando cambia il punto dal quale sta guardando.

Perché esiste sempre una prospettiva diversa.

Sul passato.
Sul presente.
Sul futuro.

Questo è il luogo nel quale provo a cercarla.

Non una storia perfetta.

Non un luogo di certezze.

Un equilibrio.

E quando qualcosa avrà esaurito il proprio senso, dovrà essere lasciato andare.

Perché certe cose,

come il fumo,

non sono fatte per restare.

 

 

 

Prefazione

16 agosto 2026

Oggi scelgo una data.

16 agosto 2026.

Non perché tutto cominci oggi.

Forse perché finalmente sono pronto a riconoscere che era già cominciato.

Questo "romanzo", in fondo, lo sto scrivendo da cinquantanove anni.

Solo che non sapevo fosse un romanzo.

Pensavo fossero giorni.

Persone.

Lavoro.

Amori.

Errori.

Fotografie.

Musica.

Paure.

Partenze.

Ritorni.

Coincidenze.

Pensavo fosse semplicemente vivere.

Oggi penso che vivere sia stato il lavoro più importante.

Ci insegnano presto che dobbiamo diventare qualcosa.

Qualcuno.

E così cominciamo a guardare lontano, verso quello che dovremmo essere, rischiando di non vedere quello che sta succedendo durante il viaggio.

A volte perdiamo persino la strada.

Io oggi non voglio rimettere la mia vita in ordine.

Voglio provare a guardarla.

Con quello che ho imparato.

Con qualche certezza.

Con molti dubbi.

E soprattutto con una consapevolezza che ieri non avevo.

Per migliorarsi abbiamo bisogno di emozioni.

Ma forse viverle non basta.

Bisogna avere anche il coraggio di condividerle.

Non per essere approvati.

Non per dimostrare qualcosa.

Non per convincere qualcuno ad avere la nostra stessa visione.

Per rompere il silenzio.

E qualcosa succederà.

Non so cosa.

Ed è proprio questo il punto.

Da oggi queste pagine non seguiranno necessariamente il calendario.

Ci saranno date lontane.

Date sconnesse dal tempo reale.

Giorni che torneranno senza essere stati chiamati.

Altri seguiranno quella strana logica che, non sapendo come chiamare, continuo a chiamare Destino.

E poi ci saranno pagine che oggi non esistono ancora.

Sono quelle che mi interessano di più.

Perché sono ancora da vivere.

E da scrivere.

C’è sempre una prospettiva diversa dalla quale osservare il passato, il presente e il futuro.

Oggi scelgo la mia.

Non significa che domani sarà la stessa.

Una cosa, però, non voglio negoziarla.

Sono nato incendiario e non morirò mai pompiere.

In fondo è una vocazione.

Io non ci sto a cambiare proprio lì dentro, dove continuano a esserci musica e fantasia.

Posso cambiare idea.

Posso riconoscere un errore.

Posso imparare.

Posso lasciare andare.

Ma non voglio smettere di sentire.

Perché se dopo cinquantanove anni riesco ancora a emozionarmi davanti a una persona, una canzone, una fotografia, un’alba, un cane che cammina accanto a me o una frase incontrata per caso su un muro, allora forse non ho perso la strada.

Forse sto semplicemente continuando il viaggio.

E oggi decido di raccontarlo.

Masterchef altro non è che un diario costruito dal tempo.

 
16 agosto 2026

 



nota del 14 Agosto 2026

La sveglia arriva prima dell’alba.

C’è una routine.

Ci sono abitudini che, col tempo, hanno smesso di essere semplici abitudini e sono diventate sane abitudini.

Una di queste è passeggiare con Alfie.

Un’altra, da oggi, è provare a mettere ordine in questo diario, in questo Romanzario.

Per me è fondamentale, perché ho capito una cosa:

vivere è un lavoro.

Forse il vero lavoro è proprio vivere.

E provare a farlo al meglio, senza preoccuparsi troppo del domani.

La fregatura, a volte, sta proprio lì.

Ti lasciano credere che devi assolutamente diventare qualcosa.

O qualcuno.

E durante il viaggio rischi di perdere la strada.

Fino a non capire più dove stai andando.

Ci sono detti popolari che calzano a pennello per certe situazioni.

Altri stridono con il mio carattere, con la mia personalità, con la mia cultura, con il mio modo di vivere.

Non tutto quello che vale per gli altri deve necessariamente valere per me.

Oggi sono disposto a mettermi a nudo.

Con una consapevolezza diversa.

Una maturità.

Qualche certezza.

E ancora qualche dubbio.

Ma oggi è il primo giorno.

E di giorni, davanti, ce ne sono ancora tanti.

È una giornata calda.

Abbiamo già tracciato qualcosa che riguarda il blog, che ormai è diventato il mio archivio personale.

Il posto dove ritrovo tante cose.

Cose esplose all’improvviso il primo luglio, ma che evidentemente covavano dentro da molto prima.

Adesso finalmente riesco a metterle in ordine.

Non sembro più un folle.

Non mi sento più un folle.

Oggi mi sento un uomo felicemente realizzato.

Non significa che non esistano problemi.

Non significa che non ci siano preoccupazioni.

Danni.

Effetti collaterali.

Significa soltanto che, forse, oggi riesco a mettere tutto nello stesso archivio.

Passato.

Presente.

Futuro.

Non necessariamente in quest’ordine.

Perché il tempo della memoria non è quello dell’orologio.

Una fotografia può riportarti indietro di vent’anni.

Una frase incontrata su un muro può raccontarti quello che stai vivendo oggi.

Una persona può appartenere al passato e continuare a modificare il presente.

E qualcosa che ancora non è accaduto può essere già dentro di noi, sotto forma di desiderio, paura o speranza.

Forse è questo che sto cercando di mettere in ordine.

Non la mia vita.

 

 



 
    nota del 17 Agosto 2026

In cuffia gli U2.

 


Suona nei pensieri il ritornello, canticchiato mille volte senza capirne veramente il senso,

 

Odio l’inglese,"ONE."

 


E la modalità studio inizia così.
Sembra abbia senso, no?
In fondo, cosa potrei fare di meglio come lavoro se non vivere al meglio delle mie possibilità, delle mie necessità, ma soprattutto in piena libertà e autonomia?

 

Onestamente non voglio insegnare niente a nessuno.
E allora continuo a ripetermi ogni giorno:
che senso ha questo diario?
Che senso ha questo blog?

 


Altrettanto onestamente ammetto che c’è un po’ di narcisismo in tutto questo.
Come è altrettanto vero però, che è semplicemente quello che faccio da quando ne ho memoria.

 

E ora è tempo di studiare e lavorare.
In cuffia ho i R.E.M.

 


"AUTOMATIC FOR THE PEOPLE."
 Non ha senso?

 


"EVERYBODY HURTS." 
Secondo me sì.

 

Anche se odio l’inglese.
“Sometimes everything is wrong.”
"One." 
"Everybody."
Forse è tutto qui.

 

 

 


 

 

nota del 18 Agosto 2026

Non è una novità, accade spesso.

La metà di un caffè, la metà di un cornetto.

Non per risparmio. Non per abitudine. E' un modo di stare.

Seduti lì, davanti a quel mare che a volte sembra voler cambiare cielo da un momento all’altro, e noi che dividevamo.

Dividendo il poco, teniamo insieme il molto.

Perché quando dividi a metà un caffè, non stai dividendo un caffè. Stai dicendo: resta ancora un po’. Di questo giorno, prendiamone solo quello che ci serve, senza spreco, senza fretta.

La metà mi è sempre bastata. La metà è la misura esatta di chi non ha bisogno di possedere tutto per sentirsi pieno.

 



 

nota 1 del 19 Agosto 2026 

Questo è il momento

È quel momento in cui i pensieri iniziano ad allinearsi.

Non perché tutto sia diventato semplice, ma perché alcune cose hanno finalmente trovato il loro posto.

Non ho mai letto molto e, a dire il vero, non amo farlo nemmeno adesso. Ho sempre preferito osservare.

Guardare le cose per quello che sono.

Senza giudicarle.
Senza modificarle.
Senza cercare per forza una spiegazione capace di rendere tutto più comodo.

Forse è proprio questo il punto.

Per molto tempo ho usato l’immagine del sasso gettato nello stagno.

Il sasso cade e genera cerchi concentrici.

Il primo cerchio sei tu.

Poi arrivano gli altri: la famiglia, gli affetti, le relazioni, gli incontri, tutto ciò che entra nella tua vita e per un tratto ne modifica la superficie.

Oggi non sento il bisogno di decidere quali cerchi siano giusti o sbagliati.

Li osservo.

Alcuni rimangono vicini.
Altri cambiano distanza.
Altri ancora seguono una direzione diversa.

È semplicemente così.

Non c’è frustrazione in questo.

C’è una presa di coscienza.

Il percorso che mi ha portato fino a qui non è stato semplice, ma è stato il mio percorso.

Mi ha portato fino a Masterchef.

E questo, per me, non è un punto di arrivo.

È uno dei punti attraverso i quali è passata la mia linea.

Non sento più il bisogno di tornare continuamente indietro per spiegare ciò che è stato.

Il passato era ieri.

Esiste, ha avuto il suo peso, ha lasciato ciò che doveva lasciare.

Ma oggi è oggi.

Quello che voglio è rimanere fedele alla mia linea.

Alla stessa che, tra errori, incontri, immagini, silenzi, persone e coincidenze, mi ha portato fino qui.

Continuare a osservare.

Senza alterare i fatti.

Senza aggiungere giudizi dove non servono.

Senza trasformare ogni cosa in una resa dei conti.

Forse la ricerca di sé non consiste nel trovare una risposta definitiva.

Forse consiste soltanto nel riconoscere la propria direzione.

E continuare a seguirla.

Questo è il momento.

 

 



 

nota 2 del 19 Agosto 2026

Mi disturba solo una cosa: disconnettermi da me stesso.

Ci sono istanti in cui il mondo smette di chiedermi attenzione e io torno in quel luogo che conoscevo quando dipingevo. Non era silenzio. Era isolamento. Tutto ciò che mi circondava perdeva consistenza e rimaneva soltanto il gesto. Creare.

Allora credevo di non aver concluso nulla. Guardavo la tela e vedevo solo ciò che mancava. Oggi capisco che non stavo cercando un risultato. Stavo costruendo un percorso.

Forse è questo che continuo a fare.

Non dipingo più colori, ma giorni. Non riempio tele, ma pagine. Non inseguo opere finite, ma frammenti di verità.

I miei cinquantotto anni non sono un traguardo da raccontare. Sono un romanzo ancora aperto.

Ogni dubbio, ogni errore, ogni incontro, ogni perdita, ogni ricostruzione ha scritto un capitolo che, preso da solo, sembrava incompleto. Insieme, invece, hanno trovato un filo.

Oggi non ho più bisogno di convincermi di aver fatto qualcosa di grande.

Mi basta non perdere il contatto con l’unica persona con cui dovrò convivere fino all’ultima pagina.

Me stesso

 

 


 

nota del 23 Agosto 2026

Ci sono giornate come questa in cui il silenzio pesa più delle parole.

Giornate in cui ti svegli e capisci che qualcosa è cambiato, anche se fuori sembra tutto uguale.

Non è successo niente di preciso.

Eppure dentro è diverso.

Forse è il modo in cui guardi le cose.

Forse è il momento in cui smetti di rincorrere ciò che non ha più bisogno di essere inseguito.

E allora ti fermi.

Respiri.

Osservi.

Senza giudicare, senza cercare una spiegazione per tutto.

E ti accorgi che la vita, quella vera, non è da qualche altra parte.

È già qui.




nota del 24 Agosto 2026 

"I figli"

E allora il silenzio cambia significato.

Non è assenza.

Non è indifferenza.

Non è andarsene.

Il silenzio è la scelta, per quanto dolorosa, da fare.

Aspettare.

Forse è questo il compito di un padre.

Non scegliere al posto dei figli.

Non indicare continuamente una strada.

Non trasformare l’amore nella necessità di essere ascoltato.

Rispettare le loro scelte.

Anche quando non le capisci.

Anche quando avresti fatto diversamente.

Anche quando vorresti intervenire, parlare, spiegare, proteggere.

Restare.

Ma in silenzio.

Aspettare.

Lasciare che facciano il proprio viaggio sapendo che, se un giorno avranno bisogno di voltarsi, tu sarai ancora lì.

Forse lasciare andare non significa allontanarsi.

Significa smettere di trattenere.

Ed è un gesto d’amore più grande di me.

Resto in ascolto di Edoardo Bennato, ma è come se la musica ormai non fosse più solo sottofondo.

È diventata una specie di stanza interna.

Quando la metto, non sto semplicemente ascoltando.

Sto entrando.

Ho aperto questa cosa  che ho chiamato  "Il Romanzario" e mi accorgo che già il nome cambia il modo in cui guardo i pensieri.

Non sono più solo frammenti sparsi nella testa che si accavallano senza direzione.

Diventano tracce.

Segni lasciati da qualcuno che, anche nel caos, sta cercando continuità.

E forse è proprio questo il punto.

Non chiarire tutto.

Non risolvere tutto.

Ma non perdere il filo.

Il filo, oggi, è sottile.

È fatto di una frase ripetuta:

“Io sono quì.”

Non so più se è una promessa agli altri o un modo per non andarsene da sé stessi.

Perché c’è una differenza che ancora non riesco a mettere a fuoco:

restare disponibili oppure restare presenti.

Il primo ti consuma.

Il secondo ti costruisce.

E io, per molto tempo, non ho saputo distinguere le due cose.

Adesso invece qualcosa si è spostato.

Non in modo rumoroso.

Non in modo risolutivo.

Più come quando una porta resta socchiusa e, per la prima volta, non senti il bisogno di spingerla fino in fondo.

Non so cosa succede dopo.

So solo che non ho più voglia di dimostrare la forma della mia presenza.

Forse devo soltanto esserci.

Rispettare.

Aspettare.

In silenzio.

E questo, oggi, è già abbastanza per continuare.

Il primo pensiero che mi attraversa è una frase che meriterebbe di essere tatuata nella memoria:

"La famiglia non la fanno i legami di sangue."

È una frase che racchiude una storia assurda, fatta di traumi, rabbia, dolore, ma anche di amore.

Una storia che, probabilmente, deve ancora trovare il suo finale.

Forse alcune ferite non si chiudono.

Imparano semplicemente a raccontarsi. 




 

 


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