"Open Space"
28 Aprile Oggi camminavo per la città, trascinandomi come un cane randagio tra palazzi sempre più alti e facce sempre più basse, e mi è rimbalzata addosso quella parola che da anni mi fa ridere amaro: Open Space . Spazi aperti, dicono. E intanto tutto si chiude, si restringe, si comprime. Gli unici spazi rimasti aperti sono quelli dove puoi comprare qualcosa — un caffè di merda, una maglietta inutile, un'illusione di compagnia. Nessuno parla più davvero. Nessuno ascolta. I luoghi dove si poteva restare seduti a discutere, a suonare, a sprecare tempo in modo gloriosamente inutile, sono diventati vetrine. Le librerie odorano più di caffetteria che di carta, e i bar sono solo uffici senza scrivanie, pieni di schermi azzurri e sguardi spenti. La società si è venduta il suo stesso silenzio, e io mi trovo a passeggiare in questi "open space" che sono più deserti di un carcere. Nessuno ti caccia, nessuno ti accoglie. Esisti solo se consumi. Vivi solo se paghi. Mi sono seduto su...